IL MIO VIAGGIO A POLHó, CHIAPAS
marzo 2002
Un mariachi canta dall’ altoparlante del autobus.
Arrivo a San Cristóbal di notte come
gli zapatisti portando domande che pretendono risposte,
forse troppe forse troppo azzardate ma è quello che ho adesso.
Arrivo portando la malinconia di un viaggio solitario,
come gli zapatisti, gli ultimi della terra facce colore di terra, alito
di terra e di maíz
nel solitario viaggio tra una conquista rubata e un grano di speranza.
Per molto meno arrivo io portando sorrisi e storie inventate per strada
immaginando il nome e il posto.
Arrivo finalmente, solo per trovare la strada che porta a loro
solo per vedere se è la mia.
San Cristóbal è bella come me la ricordavo, bella la sua
periferia con le montagne intorno e case basse e colorate.
È bella tanto che vorrei viverci, è bella.
E sopratutto è una città viva dove si sente la consapevolezza
di quello che succede. Vorrei vedere tutti i musei tutte le associazioni
culturali. Il museo Na Bolom mi ha incantato, sentire la storia di questi
due stranieri che si sono dedicati per tutta la vita agli indios della
selva Lacandona, cinquanta anni fa e sapere che avevano amici come Picasso
e Frida Kalho. Che emozione sapere che Frida era stata lì in casa
Blom.
Domani parto per la comunità di Polhò.

7
marzo duemilaedue. Periferia di San Cristóbal sino a Chamula, boschi
e minuscole chiese di campagna. C’è un sole splendente. Vado
verso Polhò con 100 pesos e 15 Alítas e questo quaderno.
Mi piace questo posto. Tutto è fermo e
la gente vive un po’ abbandonata a se stessa, ma sono persone che
hanno lasciato i loro villaggi dopo gli assalti e le minacce di esercito
e paramilitari e si sono rifugiate qui per proteggersi a vicenda, e non
deve essere facile lasciare tutto per un mucchio di case di legno e acciaio.
Anche se la montagna è così bella e le stelle sono le stesse
che vedeva Ramona pensando a languide parole nell’ombra della sera.
Qui si sente di più. Qui posso sentire dio magari, o la forza della
natura o l’infinita storia del mondo. Qui tra gli zapatisti sfollati,
circondati dall’esercito, diciannove postazioni militari, tutti
in cerca di questi ribelli che non hanno armi non hanno cibo non hanno
niente, che vorrebbero essere solo contadini e madri e padri.
Uomini e donne così piccoli che potresti crederli bambini.
Ascoltando Radio Zapata en Polhó
9 de marzo 02, che trasmette da qualche posto del sud est messicano, in
lotta per la libertà e la dignità, contro lo sfruttamento
del malgoverno, contro la mancanza di diritti umani, per tutte le donne
e gli uomini in ribellione oggi ieri e domani nelle comunità zapatiste
del Chiapas.

Terzo
giorno a Polhó, lunghe giornate con il mio lavoro all’uncinetto
mangiando buen arroz y tortillas e bevendo tè de canela y atole
de amaranta.
Stanotte c’è stato un funerale con petardi e tamburi. Io
nel sogno pensavo fosse arrivato l’esercito. In questo periodo è
tutto molto tranquillo. Noi osservatori facciamo sei ore di guardia al
giorno, più che altro per far sapere al governo che ci siamo sempre,
che gli uomini di mais non sono soli, e il signor presidente Fox lo sa
e cerca di mantenere buone le apparenze, vuole far credere all’Europa
che in Messico la guerra è finita, che tutto è a posto,
e ha dato ordine a esercito e paramilitari di non agire, e così
questo è un momento tranquillo. Anche se mi da l’idea che
questa quiete forzata sia la preparazione di un attacco più forte.
E anche se per provare il fatto che tutto è risolto il signor presidente
Fox ha dimezzato l’arrivo degli aiuti umanitari, altrimenti qualcuno
si sarebbe chiesto a chi servono, se davvero tutto è risolto. E
così qui hanno più fame di prima...
Le donne sono molto serie e discrete ma scoppiano a ridere facilmente
e sorridono quando sorrido. Come i bambini. Ci sono uomini vestiti con
una camicia bianca lunga e una cintura in vita e il cappello bianco. Sono
bellissimi, sono le autorità della comunità.
Qui è vietato l’alcool perchè era proibito alle donne
e allora hanno rinunciato tutti per evitare disuguaglianze. E anche per
evitare le borrachere moleste che finiscono per guastare la vita delle
donne e dei bambini. Che è già una vita difficile.
La lingua principale qui a Polhò è il Tzotzil.
Batàn, chibàt dicono tutti passando. Parlano tutti molto
piano, sottovoce.
A Radio Zapata parla la Comandante Ester a tutto
il popolo e attraverso la sua voce parla l’Esercito Zapatista di
Liberazione Nazionale. Parole di rispetto per tutti, applausi dalla folla.
La parola degli zapatisti non vuole umiliare nessuno, vuole dialogare.
‘Democrazia libertà e giustizia. Que viva México!’
dice la Comandante Ester dal palco della piazza di Città del Messico,
il giorno di marzo in cui gli zapatisti di tutti gli stati messicani e
i compagni di tutto il mondo si sono avventurati sino alla capitale con
o senza i loro passamontagna, sfidando l’esercito e le minacce dei
governatori di molti stati per dare la possibilità a una donna
indigena di parlare a tutto il mondo attraverso un microfono. Per far
sentire la voce di questi popoli dimenticati, anzi odiati perché
possessori per nascita di una terra ricca di risorse e di braccia che
costano molto poco alle fabbriche delle periferie metropolitane. Popoli
indigeni, che vuol dire che stavano lì molto prima di tutti gli
invasori che si sono succeduti nei secoli. E che chiedono solo una cosa:
l’approvazione di una legge che gli garantisca i diritti fondamentali
nel rispetto della loro cultura originaria, delle loro tradizioni, della
loro vita comunitaria. E la conservazione delle loro terre, della montagna
della selva degli altipiani in cui ancora oggi vivono, per niente attratti
dai sogni di ricchezze cittadine che il governo cocacolizzato promette.

Domenica
credo 10 di marzo.
Oggi guardia alle nove della mattina per vedere se i malditos si fanno
vedere anche nel giorno del signore... Oggi c’è vento e fresco.
Ieri era caldissimo e al rio con i piedi in acqua si stava bene. E i mosquitos
hanno festeggiato. Noi qui siamo in pace mangiamo dormiamo prendiamo il
sole io faccio a maglia ascolto la radio e mi sento un pò in vacanza.
Non c’è tensione qui almeno per noi che non sappiamo niente.
E non abbiamo perso nessun fratello nessun marito nessuna madre in questa
sporca guerra, possiamo solo immaginarlo. Anche i paramilitari stanno
in silenzio ora. Io ho paura che si stia preparando un attacco peggiore.
Mi ha svegliato la pioggia. Sono quasi le 8.30
e il paesaggio è bianco. Orizzonte bianco di nebbia e fine pioggia
di selva. Le pulci mi hanno preso per un pan dulce. Che male. Qui alla
tienda cooperativa il lavoro è iniziato alle 3 di mattina come
tutti i giorni. È una bella tienda e cucinano molto bene. Mi voglio
grattare. Victor dice che in cinque giorni sarò immune alle pulci.
Lo spero. Intanto mi gratto.
Il problema principale qui adesso credo che
sia l’igiene, la pulizia. I bambini vanno in giro sporchi e mangiano
tutto quello che non dovrebbero. Ma come fai a togliergli anche il gusto
di un chicharron con salsa chili? Questi bambini non hanno niente. Non
hanno radici. Sono nati in un villaggio di legno e acciaio. Non hanno
casa non hanno terra. Hanno poco futuro. Ne hanno poco. La maggioranza
di questi bambini cresce senza nessuna idea del suo futuro delle opportunità.
Anzi, i bambini delle comunità zapatiste hanno di più, hanno
la garanzia che qualcuno si occupa di loro.
E gli altri?

La
prossima volta voglio fare qualcosa di più.Vorrei fare la asesora
per la scuola. Vorrei fermarmi un pò di più, almeno sei
mesi. E insegnare o fare qualcosa con i bimbi. Vorrei capire un pò
di più. Vorrei che questa gente potesse tornare a casa e lasciare
le baracche col tetto di onduline. Vorrei che non fosse così difficile
ottenere dei diritti naturali. Vorrei che non si facesse un’autostrada
tra Puebla e Panama perchè arrivi più in fretta la cocacola
nella selva.
Vorrei che non ci fossero più morti più arrestati più
sfruttati.
Vorrei che scoppiasse tutto il mondo e che si salvassero solo le galline
e i galli.
Vorrei che tutto ricominciasse come se fossimo solo uomini e donne verdaderos.
Vorrei che si cancellasse la memoria inutile cattiva.
Vorrei fare un maglione a ogni bambino con la maglietta bucata.
Vorrei che i miei sogni fossero sempre d’oro.

Claudia Crabuzza
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